Agrivoltaico e biodiversità: il valore che la scienza dimostra

Pubblicato il 03 agosto 2026 | Categoria: Agrivoltaico, Biodiversità, Fotovoltaico


Nel dibattito pubblico italiano sul fotovoltaico a terra, la biodiversità entra quasi sempre come argomento a difesa — “non toglie troppo suolo”, “è reversibile”, “impatta meno del cemento”. Raramente entra come argomento a favore. Eppure la letteratura scientifica accumulata negli ultimi quindici anni, sintetizzata di recente nel report Un’energia che fa bene alla natura di WWF Italia, racconta una storia più interessante: un impianto agrivoltaico progettato e gestito con criterio non si limita a “non danneggiare” la fauna e la flora del sito. Può attivamente aumentarne la ricchezza, la densità e la diversità, in modo misurabile e documentato per gruppi biologici molto diversi tra loro — dalle piante agli uccelli, passando per insetti impollinatori, rettili e organismi del suolo. Vale la pena guardare da vicino cosa succede, gruppo per gruppo, e perché.


Perché il fotovoltaico non è nemico della natura

Il punto di partenza è un confronto che raramente viene fatto: quello tra l’impatto ambientale di un parco solare e quello degli usi del suolo che sostituisce. Uno studio del 2022 (Vervloesem et al.) ha misurato l’impatto sull’uso del suolo di un impianto fotovoltaico e di un campo di grano su quattro categorie — suolo, acqua, vegetazione, biodiversità — attribuendo un punteggio d’impatto complessivo di 25,6 al parco solare contro 56,5 del campo di grano: meno della metà. Un’analisi dell’Università di Cambridge (2010) ha confrontato fotovoltaico e coltivazione di mais per biogas sull’erosione del suolo: per i campi di mais l’erosione è risultata fino a 20 volte superiore ai tassi naturali di rinnovamento, mentre per il fotovoltaico può essere completamente mitigata con una gestione adeguata.

C’è poi un elemento distintivo che l’ISPRA riconosce esplicitamente: il fotovoltaico a terra è classificato come “consumo di suolo reversibile”. I pannelli possono essere rimossi e il terreno torna alle condizioni originarie — una differenza sostanziale rispetto al consumo permanente di cemento e asfalto, con cui viene spesso impropriamente accostato nel dibattito pubblico. In Italia, dove la superficie agricola utilizzata (SAU) è di circa 12,8 milioni di ettari e il 90% degli habitat terrestri semi-naturali legati all’agricoltura si trova in uno stato di conservazione cattivo o sfavorevole, la vera domanda non è se l’agricoltura intensiva stia già impattando pesantemente sulla biodiversità — lo sta facendo, ed è documentato — ma se esista un modo di produrre energia sullo stesso terreno che inverta, almeno in parte, quella tendenza. È qui che entra in gioco l’agrivoltaico.


Le piante: dove inizia (o finisce) ogni catena ecologica

Qualunque discorso sulla biodiversità di un sito parte dalla componente vegetale, perché è la base su cui si costruisce tutto il resto — dagli insetti che se ne nutrono ai vertebrati che predano quegli insetti. Ed è qui che si osserva uno degli effetti più immediati e meglio documentati della presenza di un impianto solare: la modifica del microclima locale. I pannelli, semplicemente proiettando ombra e modificando l’andamento delle precipitazioni al suolo, creano un mosaico di condizioni — temperatura, umidità, luce — diverse da quelle dell’area circostante. Per alcune specie erbacee, che prediligono la luce diretta, questo può essere uno svantaggio; per altre, più tolleranti all’ombra, è al contrario un’opportunità.

Uno studio condotto in Cina nel 2023 (Liu et al.) ha misurato un aumento della biomassa vegetale sotterranea di 9,5 volte rispettivamente nelle aree sotto, ai lati e davanti ai pannelli, rispetto a un’area di controllo esterna all’impianto — accompagnato da un aumento della ricchezza di specie e dell’indice di biodiversità di Shannon in tutte le zone coinvolte. Risultati simili emergono da uno studio condotto presso un impianto in Repubblica Ceca dalle Università di Brno e Varsavia: la composizione delle specie vegetali cambia sotto i pannelli e negli spazi interfilari, ma il sito nel complesso mantiene un buon potenziale per la crescita di specie erbacee autoctone, risultate peraltro meno soggette alla diffusione di specie invasive proprio nelle aree sotto i moduli. In un altro studio citato nel report, la copertura vegetale, la biomassa e la ricchezza di specie nelle aree sotto e tra le file di pannelli sono risultate rispettivamente fino a 6,75 e 22,69 volte superiori a quelle di un’area di controllo a 30 metri dall’impianto.

C’è anche un effetto meno visibile ma rilevante sul piano climatico: in diversi studi, il sequestro di carbonio nel suolo delle aree interessate da un impianto fotovoltaico aumenta di oltre il 10% rispetto al campo di controllo, a cinque anni dall’installazione — un effetto “pozzo di carbonio” particolarmente significativo negli ecosistemi aridi e semi-aridi, tra i più diffusi anche nel Mezzogiorno italiano. Non è un dettaglio marginale: le praterie e i prati semi-naturali, l’habitat che più spesso un impianto agrivoltaico ben gestito finisce per ricreare tra le file di moduli, sono tra gli ambienti più ricchi di biodiversità vegetale a livello globale — secondi solo alle foreste tropicali — e in Europa il 50% delle specie vegetali endemiche dipende proprio da questi habitat erbosi.


Gli impollinatori: il servizio ecosistemico più prezioso, e il più minacciato

Se c’è un gruppo biologico per cui il collegamento tra energia solare e biodiversità è più studiato, sono gli insetti impollinatori. Il motivo è la posta in gioco: quasi il 90% delle piante da fiore selvatiche del mondo e il 75% delle specie vegetali di interesse agrario dipendono, in tutto o in parte, dall’impollinazione animale. Il valore economico di questo servizio ecosistemico è stimato in circa 153 miliardi di euro l’anno a livello globale, 22 miliardi in Europa, di cui oltre 2,5 miliardi in Italia. Ed è un servizio in crisi: secondo l’IUCN, circa il 10% delle specie europee di lepidotteri e apoidei è a rischio estinzione, per effetto combinato di distruzione degli habitat, uso di pesticidi, cambiamento climatico e diffusione di specie aliene.

Proprio per questo, i risultati sui parchi solari colpiscono. Uno studio condotto nel Sud dell’Inghilterra su 11 impianti solari con gestioni diverse — tutti realizzati su terreni agricoli, a seminativo o pascolo — ha rilevato una diversità di bombi superiore in 9 siti su 11 rispetto alle aree di controllo, con differenza statisticamente significativa in 7 casi. Uno studio più recente, condotto negli Stati Uniti su impianti dove è stato creato un habitat dedicato di prati fioriti, mostra che le comunità di impollinatori rispondono in modo relativamente rapido alla creazione di questi ambienti: in meno di quattro anni, rango floreale, diversità di specie di piante da fiore, abbondanza di gruppi di insetti e abbondanza di api selvatiche aumentano in modo consistente. Il dato più suggestivo, però, riguarda la gestione: un parco solare gestito interamente come prato di fiori selvatici può ospitare fino al doppio di individui e di nidi rispetto a un impianto che riserva i fiori selvatici solo alle aree marginali. In altre parole, la differenza tra un impianto “neutro” e uno che genera un beneficio reale per gli impollinatori non sta nella tecnologia, ma nella scelta — quasi sempre a basso costo — di cosa seminare sotto e intorno ai moduli.


Farfalle e ortotteri: gli indicatori che raccontano la qualità dell’habitat

I lepidotteri (farfalle e falene) garantiscono da soli circa il 10% dell’impollinazione totale e sono tra i gruppi di insetti più studiati come bioindicatori: rispondono molto rapidamente ai cambiamenti ambientali, sia a livello di paesaggio che di singolo microhabitat, il che li rende un termometro efficace della qualità ecologica di un sito. Un monitoraggio pluriennale condotto in Inghilterra su diversi impianti ha rilevato una maggiore presenza di lepidotteri, per numero di specie e per numero medio di individui, nei siti fotovoltaici rispetto alle aree di controllo circostanti — un segnale che questi ambienti possono comportarsi da “serbatoio” di biodiversità entomologica anche all’interno di paesaggi agricoli intensivi.

Meno conosciuti, ma altrettanto rivelatori, sono i risultati sugli ortotteri — grilli e cavallette, storicamente considerati solo come fitofagi, oggi rivalutati anche nel loro ruolo di impollinatori secondari. Un report tedesco ha documentato, in soli tre parchi solari nel Brandeburgo, la presenza di oltre 35 specie di ortotteri, a fronte di una fauna regionale nota di circa 58 specie: una percentuale di circa il 60%, che gli stessi autori definiscono sorprendente per un’area di dimensioni contenute e fortemente antropizzata. Un confronto tra due parchi solari adiacenti, con le stesse caratteristiche del terreno ma diversa progettazione, ha inoltre mostrato che un’ampia spaziatura tra le file di moduli può aumentare il numero di specie presenti fino al 40% — comprese specie minacciate e altamente specializzate, legate alle praterie secche o alle aree con vegetazione rada.


Il suolo sotto i pannelli: un ecosistema che si può far funzionare meglio, non solo peggio

Il suolo è spesso la grande dimenticata nei ragionamenti sulla biodiversità, eppure un solo metro quadro può ospitare fino a 1.000 specie diverse di organismi, con densità di popolazione dell’ordine di un milione per i nematodi e centomila per i microartropodi. Dalla decomposizione dei residui vegetali al riciclo dei nutrienti, la fauna edafica è al centro dei processi che rendono un suolo fertile e resiliente.

Un impianto fotovoltaico, come qualunque struttura, modifica la superficie del suolo sottostante: i pannelli possono ridurre la temperatura del suolo in primavera ed estate di circa 2-5°C, alterando localmente umidità e distribuzione della luce. Uno studio condotto in Italia nel 2023 su due parchi solari del Nord Italia con gestione della vegetazione differente (uno con sfalcio meccanico, l’altro con pascolo di pecore e asini) ha misurato l’indice QBS-ar — un parametro riconosciuto per valutare la qualità biologica del suolo attraverso la comunità di microartropodi — in tre condizioni: sotto il pannello, nello spazio tra le file, e nell’area di controllo esterna all’impianto. Il risultato è che gli artropodi del suolo possono essere influenzati dalla presenza dei pannelli, ma con un impatto che sembra dipendere in larga misura dalla gestione del parco più che dalla semplice presenza della struttura — e che le aree tra i pannelli, in particolare, risultano spesso molto simili a quelle di controllo, comportandosi come vere e proprie aree di conservazione della biodiversità edafica all’interno del sito.


Rettili, anfibi e piccoli mammiferi: i primi a colonizzare, se il sito lo permette

I piccoli vertebrati terrestri — rettili come lucertole e serpenti, anfibi come rane e tritoni, piccoli mammiferi come i chirotteri — sono tra i gruppi più danneggiati dalla semplificazione e frammentazione dei paesaggi agricoli intensivi degli ultimi decenni. Un parco solare, paradossalmente, può offrire loro un rifugio: le recinzioni di sicurezza che delimitano molti impianti, pur pensate per altri scopi, riducono il disturbo antropico e la predazione, mentre restano di solito abbastanza permeabili da consentire il passaggio di animali di piccola e media taglia.

Il dato più netto viene da un monitoraggio pluriennale in Germania: in un impianto dove le condizioni riproduttive locali per le lucertole erano già presenti, il numero totale di individui rilevati si è quadruplicato in quattro anni rispetto all’anno precedente l’inizio della costruzione. Per gli anfibi, il fattore decisivo non è tanto la presenza di acqua all’interno del parco — molti anfibi trascorrono la maggior parte della loro vita adulta in habitat terrestri, spostandosi anche di diversi chilometri tra zone di riproduzione e habitat estivi — quanto la disponibilità di corridoi di migrazione e, dove previste come misura di compensazione, di strutture come bacini idrici o siti di svernamento artificiali, che si sono dimostrati efficaci nel sostenere popolazioni locali già in alcuni casi documentati anche in Italia.


Gli uccelli: il barometro della biodiversità nei paesaggi agricoli

Gli uccelli sono il gruppo di vertebrati terrestri più numeroso per specie e tra i più sensibili al cambiamento climatico e alla semplificazione del paesaggio agricolo. Il Farmland Bird Index, l’indicatore che monitora le popolazioni di uccelli comuni degli ambienti agricoli italiani, segna un declino del 36% in 24 anni di rilevazioni (2000-2023): il 70% delle 28 specie monitorate è in calo, un dato che nelle aree di pianura a maggiore agricoltura intensiva arriva a un declino del 51% per le specie agricole.

In questo contesto, una ricerca condotta in Slovacchia su 32 impianti fotovoltaici a terra, confrontati con altrettanti siti di controllo, ha rilevato una maggiore ricchezza di specie, abbondanza e diversità di Shannon negli impianti solari — comprese specie in declino nei paesaggi agricoli e una maggiore diversità beta, cioè una maggiore varietà di comunità di uccelli presenti tra un sito e l’altro. Alcune specie, come l’averla piccola, lo zigolo giallo e il saltimpalo, utilizzano le strutture verticali dei moduli o delle recinzioni come posatoi e nascondigli, spostando i loro territori ai confini degli impianti che altrimenti non colonizzerebbero. È interessante notare che, secondo gli autori dello studio, nessuno dei 32 impianti analizzati aveva previsto interventi di gestione mirati alla conservazione degli uccelli: il beneficio osservato è quindi, in un certo senso, un effetto collaterale positivo, non il risultato di una progettazione intenzionale — il che apre a un potenziale di miglioramento ulteriore se la tutela dell’avifauna venisse effettivamente inclusa fin dalla fase progettuale.


Non solo un report WWF: quanto è solida questa evidenza

Un punto merita di essere esplicitato, perché incide sulla credibilità di questi dati agli occhi di chi valuta un progetto: il report di WWF Italia non è, nella sostanza, uno studio originale, ma una sintesi ragionata di oltre cento pubblicazioni scientifiche indipendenti, apparse in riviste peer-reviewed come Nature, Renewable and Sustainable Energy Reviews, Ecological Solutions and Evidence, Journal of Environmental Management e Frontiers in Microbiology, prodotte da università e centri di ricerca in Europa, Stati Uniti e Cina tra il 2009 e il 2024. Questo non rende i risultati automaticamente validi per ogni contesto, ma sposta la discussione da un piano ideologico (“un’associazione ambientalista promuove il fotovoltaico”) a un piano empirico (“la comunità scientifica internazionale ha misurato più volte, con metodi diversi, effetti simili”).

Detto questo, un ragionamento onesto richiede anche di segnalarne i limiti. La maggior parte degli studi citati è stata condotta in contesti climatici e agricoli diversi da quello italiano — Nord Europa, Cina, Stati Uniti — e solo una minoranza riguarda direttamente il bacino del Mediterraneo. I disegni sperimentali sono spesso di tipo osservazionale, con confronto tra siti esistenti più che con veri esperimenti controllati nel tempo, il che rende più solide le correlazioni che le relazioni di causa-effetto in senso stretto. E soprattutto, in quasi tutti gli studi il beneficio osservato è condizionato dalla gestione del sito: assenza di lavorazioni intensive del suolo, spaziature adeguate tra le file, uso ridotto o nullo di fitosanitari, semina di specie autoctone. Un impianto realizzato senza questi accorgimenti non genera automaticamente gli stessi risultati.


Il valore economico e normativo della biodiversità in un impianto agrivoltaico

Il collegamento tra agrivoltaico e biodiversità non è solo tecnico, ma anche economico e normativo. La Strategia Europea Biodiversità 2030 chiede di destinare almeno il 10% della superficie agricola a elementi di tutela ambientale — fasce tampone, siepi, zone umide; la Strategia Nazionale Biodiversità italiana, adottata nell’agosto 2023, la recepisce con l’Azione B6.1. Oggi, però, in Italia solo il 3% delle superfici agricole è destinato a questo scopo: un divario ampio, che un impianto agrivoltaico ben progettato — con fasce fiorite, siepi e bacini idrici integrati — può contribuire a colmare, generando al contempo reddito da energia. Gli impianti che mantengono seminativi o colture arboree possono inoltre aderire all’eco-schema 5 del Piano Strategico Nazionale della PAC 2023-2025, dedicato alle “misure specifiche per gli impollinatori”, con un’ulteriore integrazione di reddito per l’azienda agricola.

C’è infine un argomento meno citato ma rilevante per chi valuta la sostenibilità economica di un progetto: diversi studi mostrano che la combinazione di sistemi fotovoltaici con pratiche agricole può aumentare la produttività dei terreni interessati del 60-70% e incrementare il valore economico del terreno fino al 30% rispetto all’agricoltura convenzionale. La tutela della biodiversità, in questo quadro, smette di essere un costo aggiuntivo o un vincolo normativo da subire, e diventa parte di un modello agricolo più resiliente al cambiamento climatico e più remunerativo per chi lo adotta.


Considerazioni finali

I numeri raccolti da decine di studi indipendenti, e sintetizzati nel report WWF Italia, non trasformano il fotovoltaico in una tecnologia “neutra” per la natura per definizione. I benefici alla biodiversità documentati per piante, impollinatori, farfalle, ortotteri, fauna del suolo, rettili, anfibi e uccelli non sono un dato automatico legato alla sola presenza dei pannelli: dipendono, in modo diretto e ripetutamente dimostrato, dalle scelte di progettazione e di gestione del sito. Detto questo, l’insieme di queste evidenze ridimensiona in modo netto la narrazione secondo cui gli impianti solari sarebbero per natura dannosi per la biodiversità dei territori che occupano. Il quadro che emerge è più articolato, e più interessante: un impianto agrivoltaico può essere, contemporaneamente, una fonte di energia, un’attività agricola e un intervento di conservazione della natura. Resta un vuoto da colmare, che riguarda proprio l’Italia: la maggior parte degli studi citati arriva da contesti climatici diversi dal nostro, il che rende ancora più necessario un monitoraggio sistematico sui parchi agrivoltaici nazionali nei prossimi anni — non solo per verificare la produzione agricola ed energetica, come già previsto dalla normativa, ma anche per misurare, con dati propri, quanto di questo potenziale si stia davvero realizzando.


Ing. Alessandro Zanini — Esperto di efficienza energetica e sistemi rinnovabili www.ingalessandrozanini.it | Intellienergia S.r.l.


Fonti: