Brevetti green: l’Italia è terza in Europa, e l’innovazione parte dall’energia

Pubblicato il 13 luglio 2026 | Categoria: Transizione Energetica, Innovazione, Industria


C’è un dato, nell’ultimo focus di SACE sulla transizione energetica, che passa quasi inosservato ma racconta molto del posizionamento industriale del nostro Paese: l’Italia è tra i primi in Europa per numero di brevetti nelle tecnologie green. In questo articolo vediamo cosa dicono davvero i numeri, perché il brevetto è un buon indicatore di competitività, e tre casi concreti — dal riciclo dei pannelli fotovoltaici all’idrogeno verde — che mostrano l’innovazione italiana dal laboratorio al cantiere.


Perché è un segnale importante

La sostenibilità ha smesso da tempo di essere un costo di conformità normativa per diventare un fattore di competitività. Il brevetto — l’atto con cui un’innovazione viene protetta e trasformata in valore economico — è la cartina di tornasole più onesta di questo cambio di paradigma. E la filiera italiana dell’energia e della sostenibilità, secondo SACE, nel 2024 ha generato 27 miliardi di euro di export e conta oltre 47.000 imprese.

La fonte più citata sui brevetti verdi è il rapporto Competitivi perché sostenibili della Fondazione Symbola con Unioncamere, Dintec e Centro Studi Tagliacarne. Il dato è questo: l’Italia è terza in Europa per brevetti green, con 295 brevetti, dietro Germania (1.632) e Francia (729). Anche in termini di densità — brevetti ogni mille imprese — restiamo terzi (16,5), preceduti da Germania (21,6) e Austria (18,9).

Serve però un chiarimento, perché è ciò che distingue un’analisi seria da uno slogan. Quel “terza in Europa” riguarda uno specifico perimetro di brevetti ambientali. Se guardiamo al totale dei brevetti depositati, l’EPO Patent Index 2024 colloca l’Italia al quinto posto nell’Unione Europea (4.853 domande) e all’undicesimo a livello mondiale. Sono due letture complementari: sulla nicchia “verde” siamo sul podio, sul volume complessivo restiamo in top 5. Entrambe raccontano la stessa cosa di fondo — una capacità innovativa reale — ma vanno citate con precisione.


Chi innova, dove, e perché conta

Il motore è la manifattura, che pesa per circa il 59% delle innovazioni green: la conferma che il nostro modello industriale sa applicarsi anche alla transizione. Seguono la ricerca scientifica (18,8%), le telecomunicazioni e l’IT (6,6%), il commercio all’ingrosso e le costruzioni (3,5% ciascuno). Sul piano delle tecnologie climatiche, l’Italia è specializzata nella mobilità sostenibile (31% dei brevetti di settore) e nell’efficienza energetica in edilizia, sopra la media UE. La crescita è il dato che colpisce di più: i brevetti green italiani sono aumentati del 44,4% tra il 2012 e il 2022, con le tecnologie ICT applicate al clima cresciute del +270% in un decennio. Geograficamente, il baricentro è al Nord: Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte guidano, appoggiandosi alla loro tradizione manifatturiera.

Ma il punto più interessante è un altro: le imprese che brevettano tecnologie green non sono solo più “verdi”, sono strutturalmente più performanti.

IndicatoreImprese che brevettano greenImprese non green
Fatturato medio382 milioni €41 milioni €
Valore aggiunto per addetto144.000 €92.000 €
Quota di imprese esportatrici57,8%
Export complessivooltre 63 miliardi €

Il brevetto green, in altre parole, non è la causa isolata di questa forza, ma il segnale visibile di un’impresa che investe, presidia la tecnologia e sceglie di competere sulla qualità invece che sul prezzo. È il messaggio di fondo del rapporto GreenItaly 2025 di Symbola-Unioncamere: 578.450 imprese hanno investito in tecnologie verdi negli ultimi sei anni, e la green economy vale ormai 3,3 milioni di posti di lavoro.


Dal brevetto al cantiere: tre casi concreti

I numeri raccontano il fenomeno, gli esempi lo rendono tangibile. Ne scelgo tre, perché illustrano tre livelli diversi dell’innovazione italiana nell’energia: il brevetto vero e proprio, la tecnologia proprietaria applicata a un impianto, e l’ingegneria di rete che rende possibile tutto il resto.

1. Il riciclo dei pannelli fotovoltaici: un brevetto ENEA

È l’esempio più letterale di brevetto green. ENEA ha brevettato un processo per il recupero dei materiali dai moduli fotovoltaici in silicio cristallino a fine vita (inventori Marco Tammaro e Patrizia Migliaccio). Il metodo prevede un trattamento termico minimo e controllato dei polimeri del pannello, che vengono ammorbiditi, seguito da una separazione meccanica continua e automatizzata — su nastro trasportatore — di contatti elettrici, celle, vetro e backsheet.

Il vantaggio è tutto industriale: rispetto alle tecnologie esistenti, il processo riduce consumi ed emissioni gassose pericolose, evita la degradazione dei materiali e non richiede atmosfere controllate, restando semplice da automatizzare. Si recuperano vetro, alluminio, silicio, rame e plastica, con tecnologie di mercato che arrivano a valorizzare fino al 98% del peso del modulo. È esattamente il punto d’incontro tra energia, economia circolare e competitività: un problema in arrivo — le prime grandi ondate di pannelli a fine vita — trasformato in filiera del recupero.

2. La Hydrogen Valley di Giammoro: tecnologia italiana dell’idrogeno

In Sicilia, a Giammoro (Messina), Duferco Energia e Ansaldo Green Tech stanno realizzando una delle prime hydrogen valley del Mezzogiorno. Il cuore dell’impianto è un elettrolizzatore da 1 MW di tecnologia AEM (Anion Exchange Membrane, a membrana a scambio anionico), alimentato da un impianto fotovoltaico da 4 MW. La produzione stimata è di oltre 500 kg di idrogeno verde al giorno — circa 100 tonnellate all’anno — con una purezza del 99,9%.

Il valore tecnologico è duplice. Da un lato l’elettrolizzatore AEM è sviluppato da Ansaldo Green Tech: know-how proprietario italiano su una delle famiglie di elettrolizzatori più promettenti, che combina i vantaggi di costo degli alcalini con la flessibilità dei PEM. Dall’altro, l’idrogeno prodotto è destinato a decarbonizzare siderurgia, logistica e mobilità: non un dimostratore da laboratorio, ma un tassello di catena industriale. L’investimento — circa 10 milioni di euro, sostenuto da PNRR e progetto IPCEI — dà la misura di quanto la filiera dell’idrogeno stia passando dalla teoria alla realtà impiantistica.

3. Adriatic Link di Terna: l’ingegneria che abilita le rinnovabili

Il terzo caso non è un brevetto, ma va raccontato perché senza infrastrutture come questa i brevetti green rischiano di restare sulla carta. L’Adriatic Link di Terna è un collegamento elettrico sottomarino in corrente continua ad alta tensione (HVDC) da 1.000 MW che unirà Fano (Marche) e Cepagatti (Abruzzo): 251 km totali, di cui 210 km di cavo sottomarino posato fino a circa 100 metri di profondità, con un investimento superiore al miliardo di euro (nel piano finanziario da 1,5 miliardi con BEI, SACE e Intesa Sanpaolo).

Perché è rilevante per il discorso sull’innovazione? Perché la vera sfida della transizione non è solo produrre energia pulita, ma trasportarla e bilanciarla su una rete progettata per un altro modello. Un elettrodotto invisibile come l’Adriatic Link — interamente sottomarino e sotterraneo, a impatto territoriale minimo — aumenta la capacità di scambio tra le due sponde del Paese, migliora la sicurezza del sistema e crea lo spazio fisico per integrare nuova capacità rinnovabile. È l’ingegneria di sistema, spesso invisibile al grande pubblico, senza cui l’intera catena — dal pannello all’idrogeno — non funziona.


Cosa fare adesso

Per un’impresa, il primato italiano nei brevetti green non è un dato da leggere sui giornali, ma un contesto in cui posizionarsi. Ecco cinque mosse concrete:

  1. Mappare la propria innovazione: verificare se processi, prodotti o soluzioni interne di efficientamento abbiano caratteristiche brevettabili. Spesso il valore è già presente e non protetto.
  2. Collegare innovazione e incentivi: le tecnologie green sono al centro di misure come Transizione 5.0, certificati bianchi (TEE) e bandi PNRR/IPCEI. Un investimento tecnologico ben impostato può cumulare più leve.
  3. Partire da una diagnosi energetica: individuare gli interventi di efficientamento ad alto ritorno è il primo passo per capire dove conviene investire e, eventualmente, innovare.
  4. Guardare all’economia circolare: dal riciclo dei pannelli al recupero di materiali, i segmenti “di fine vita” sono aree dove l’innovazione italiana è competitiva e in crescita.
  5. Valutare la propria posizione nella filiera: che si tratti di manifattura, componentistica o servizi, la domanda di tecnologie per la transizione è un mercato in espansione, non solo un obbligo.

Considerazioni finali

Il primato italiano nei brevetti green non è un traguardo da celebrare, ma una posizione da difendere e trasformare in valore. I tre casi dicono la stessa cosa da angolazioni diverse: l’Italia sa innovare (il brevetto ENEA), sa industrializzare tecnologia proprietaria (l’elettrolizzatore di Giammoro) e sa costruire le infrastrutture abilitanti (l’Adriatic Link). Quello che spesso manca è il pezzo intermedio — il passaggio dal brevetto al mercato, dalla ricerca alla scala industriale — che richiede capitali pazienti, tempi autorizzativi certi e una politica industriale coerente.

La buona notizia è che i numeri delle imprese che già brevettano green — più fatturato, più export, più occupazione qualificata — dimostrano che la strada è economicamente conveniente, non solo ambientalmente doverosa. La transizione energetica, per l’Italia, è prima di tutto un’occasione di competitività.

Se vuoi capire come tradurre questi temi in scelte concrete per la tua azienda — dall’efficientamento energetico alla valorizzazione dell’innovazione — puoi contattarmi per un confronto.


Ing. Alessandro Zanini — Esperto di efficienza energetica e sistemi rinnovabili www.ingalessandrozanini.it | Intellienergia S.r.l.


Fonti: